L’individuo in conflitto con il cittadino

La modernità ci spinge a essere individui padroni del nostro destino, timonieri della nostra vita e poco importa se capita di ritrovarsi a navigare impreparati in mezzo alla tempesta. La modernità, strumentalmente, dice di non guardare indietro, né in alto, ma dentro di te, solo li troverai tutti gli strumenti atti a migliorare la vita: talento, capacità e forza di volontà.
Senza questa ricetta, per la società liquida, non esisti. Anzi, citando Margaret Thatcher, «la società non esiste». È compito tuo cercare di sopravvivere nel mondo, ciò che ti accade è sotto la tua unica e sola responsabilità.

Non vengono fornite «case» per l’«accadimento» e tutte quelle eventualmente postulate e ricercate si dimostrano fragili e spesso crollano prima che l’opera di insediamento sia completata. Ci sono solo «prefabbricati» di vario stile e dimensione nonché di sempre diverso numero e dislocazione, che inducono uomini e donne a continui traslochi e non danno nessun «appagamento», nessun tipo di relax, nessuna sensazione di «essere arrivati», di aver raggiunto la meta finale, il luogo in cui si possa alfine deporre le armi, rilassarsi e abbandonare ogni preoccupazione. Non esiste alcuna prospettiva di «riaccasamento» al termine della strada imboccata dagli individui (ormai cronicamente) «sfrattati».

Intendiamoci bene: oggi come in passato – nello stadio fluido e leggero della modernità quanto in quello solido e pesante – l’individualizzazione è un destino, non una scelta. Nella terra della libertà di scelta individuale l’opzione di fuggire e rifiutarsi di partecipare al gioco dell’individualizzazione non è assolutamente prevista. Così come l’autolimitazione e l’autoefficienza dell’individuo potrebbero rivelarsi un’altra pia illusione: il fatto che uomini e donne non possano incolpare nessuno delle proprie frustrazioni e guai non significa necessariamente, oggi come ieri, che possano proteggersi dalla frustrazione servendosi dei loro utensili domestici o tirarsi fuori dai guai da soli, alla maniera del barone di Münchhausen. E tuttavia, qualora si ammalino, si dà per scontato che ciò sia accaduto perché non sono stati sufficientemente accurati e precisi nel seguire il loro regime sanitario; se restano disoccupati è perché non hanno mai imparato come ottenere un colloquio di lavoro, o perché non si sono industriati abbastanza a trovare un impiego o perché sono dei puri e semplici scansafatiche; se temono per le loro prospettive di carriera e tremano pensando al futuro è perché non sono abbastanza bravi a farsi degli amici e a influenzare la gente e non hanno imparato – colpevolmente – a padroneggiare l’arte di far colpo sugli altri. Questo è, a ogni modo, quanto viene loro detto e quanto viene loro indotto a credere, cosicché essi si comportano ora come se questo fosse davvero il nocciolo della questione.

[…]
In estrema sintesi: si sta creando un divario sempre maggiore tra individualità in quanto sorte decretata e individualità in quanto capacità pratica e realistica di autoaffermazione (diversa cioè dalla «individualità per ascrizione» e definibile come «individualizzazione»: il termine scelto da Beck per distinguere l’individuo indipendente e autonomo da quello che non ha altra scelta che comportarsi, anche a dispetto dell’evidenza, come se tale individualizzazione fosse stata raggiunta).
[…]
La capacità di autoaffermazione dell’uomo individualizzato è inferiore ai requisiti necessari per conquistare una reale autocostituzione.
[…]
L’individuo è il peggior nemico del cittadino, affermava (Tocqueville). Il «cittadino» è una persona incline a ricercare il proprio benessere attraverso il benessere della città, mentre l’individuo tende a mostrarsi freddo, scettico o diffidente nei confronti di concetti quali «causa comune», «bene comune», «buona società» o «società giusta».
[…]
Se l’individuo è il peggior nemico del cittadino, e se l’individualizzazione significa guai per la cittadinanza e per la politica basata sulla cittadinanza, ciò è perché i timori e le preoccupazioni degli individui in quanto tali riempiono completamente lo spazio pubblico, sostenendo di esserne gli unici occupanti legittimi ed espungendo dal pubblico dibattito ogni altra cosa. Il «pubblico» viene colonizzato dal «privato»; il «pubblico interesse» è ridotto a mera curiosità per la vita privata dei personaggi pubblici, e l’arte della vita pubblica è confinata alla pubblica esibizione di affari privati e alle pubbliche confessioni di sentimenti privati (quanto più intimi, tanto meglio). Le «pubbliche questioni» che si oppongono a tale ridimensionamento diventano pressoché incomprensibili. Le prospettive per gli attori individualizzati di essere «riaccasati» nel corpo repubblicano della cittadinanza sono quanto mai incerte. Ciò che li spinge ad avventurarsi sul proscenio pubblico non è tanto la ricerca di cause comuni e di modi di negoziare il significato del bene comune e i princìpi della vita in comune, quanto la disperata necessità di «interrelarsi». Il condividere intimità, come Richard Sennett osserva, tende a restare il metodo preferito, forse l’unico rimasto, di «costruzione della comunità». Tale tecnica di costruzione non può che dar vita a «comunità» fragili ed effimere quanto possono esserlo delle emozioni frammentarie ed erratiche, comunità fatte di preoccupazioni comuni, di ansie comuni o di odî comuni, ma sempre e comunque comunità «gruccia», una temporanea aggregazione intorno a un puntello su cui molti individui solitari appendono le loro solitarie paure individuali. Come Ulrich Beck afferma (nel saggio On the Mortality of ­Industrial Society 11 ): 
«Ciò che emerge dalle evanescenti norme sociali è un ego messo a nudo, atterrito, aggressivo, alla ricerca di amore e aiuto. Nella ricerca di se stesso e di una socialità benevola, si perde facilmente nella giungla dell’io. […] Chi arranca nella nebbia del proprio io non è più in grado di notare che tale isolamento, tale «segregazione dell’ego» è una condanna di massa.»
Zygmunt Bauman: Modernità Liquida
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