Presunzione di innocenza

Qualche tempo fa acquistai il libro “Il grande conflitto – La psicologia della distruttività e le strade per la riconciliazione” di Bert Hellinger. Il titolo sembrava interessante nonostante il sospetto che mi destava la frase “strade per la riconciliazione” e, senza conoscere ne autore ne editore, decisi di aggiungerlo alla mia libreria. Dopo qualche decina di pagine capii che quella frase sospetta era il preludio di un delirante mix di misticismo, psicologia, new age, religione e via dicendo.  Tuttavia ho trovato alcune parti interessanti tra cui la definizione del termine innocenza usato nel libro, spiegata da Attilio Piazza nella prefazione che riporto.

Nel senso comune intendiamo (innocente) qualcuno che non ha colpa, che è buono e quindi modello di riferimento per candore e lealtà; nel senso comune di solito guardiamo l’innocente come qualcuno da difendere. Ma quando Bert (Hellinger) parla di innocenza, si riferisce a tutt’altro: innocente è chi, per essere ligio alla conformità di una norma, la mette in pratica senza usare il proprio buon senso per verificarne la validità nella pratica. Innocente è dunque colui che, egoisticamente, bada a sentirsi a posto con la “propria” coscienza (la propria buona coscienza), che in realtà altro non è che il modo in cui si dichiara fedeltà al proprio gruppo di appartenenza, sia a quello familiare sia alla comunità.

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