I nomadi

Così, del tutto impropriamente, vengono comunemente chiamati persone e gruppi di etnia rom e sinti, molti dei quali non affatto nomadi, parecchi di nazionalità italiana, in maggioranza, dopo le guerre jugoslave, provenienti dall’Est Europa, e dappertutto discriminati e perseguitati.

Si calcola che oggi siamo presenti in Italia tra i 130.000 e i 150.000 appartenenti a queste comunità, tra cui i « camminanti » , che vivono principalmente in Sicilia. Per la legislazione italiana, rom, sinti e camminanti non sono minoranze linguistiche e dunque non godono delle tutele riconosciute ad albanesi, catalani, tedeschi. Nel febbraio 2011, la Commissione straordinaria per la protezione e la promozione dei diritti umani del Senato ha riferito che sono circa 40.000 gli appartenenti a queste comunità che vivono in campi o insediamenti informali, di solito in condizioni spaventose. In questo paragrafo mi servirò abbondantemente del rapporto di Amnesty International «Tolleranza zero verso i rom (2011), che ricostruisce in maniera esemplare come l’ «emergenza» in Campania, Lombardia e Lazio nel 2008, ossia non appena insediato il nuovo governo Berlusconi. Secondo il rapporto di Amnesty, stante che molte delle persone per cui il decreto viene indirizzato nomadi non sono, l’uso di questo termine ha almeno tre funzioni: si indirizza a e supporta il senso comune dominante; connota questi gruppi come assolutamente diversi dalla popolazione «normale»,  che è stanziale; e nasconde intenzionalmente le valenze razziste e discriminatorie del decreto stesso, laddove non viene nominata alcuna «etnia» particolare. Infatti, alla domanda se le misure prese non siano in palese contrasto con la tutela dei diritti umani e i divieti internazionali di discriminazione in  base all’etnia, l’allora ministro dell’Interno Maroni può rispondere che no, la questione riguarda tutti coloro che vivono nei campi, indipendentemente dall’etnia e dalla religione …

Novembre 2007: una donna viene stuprata e uccisa da un rumeno di etnia rom. Il sindaco di Roma Veltroni e successivamente il governo Prodi propongono misure legislative per espellere i cittadini comunitari che commettono reato. La questione dell’ «invasione dei rumeni» e dell’aumento della criminalità che ne sarebbe derivata diventa uno degli argomenti forti della campagna elettorale per le politiche del 2008, utilizzata dalla destra ma anche dal centro-sinistra, che, ovviamente, perde. A Napoli, nel maggio 2008, il presunto tentativo di rapimento da parte di una ragazza rom provoca un vero e proprio pogrom contro il campo Ponticelli (il protagonismo della camorra in questo episodio sembra accertato). Il decreto del governo Berlusconi è di dieci giorni dopo e viene emanato in risposta alla mozione avanzata dal governo locale di Milano sulla base del patto per Milano sicura (2007). Il provvedimento dichiara lo stato di «emergenza nomadi» in Campania, Lazio e Lombardia, e tre successive ordinanze nominano i rispettivi prefetti commissari con delega per l’emergenza, conferendo loro poteri speciali. Nel 2009 l’emergenza è estesa al Piemonte e Veneto. Comincerò dunque dal decreto governativo, anche se esso è preceduto da numerosi patti locali per la sicurezza che citano esplicitamente l’insediamento di «nomadi» sul loro territorio come fattore di disagio e insicurezza per la popolazione «normale».

 L’emergenza viene dichiarata per via di una «minaccia all’ordine pubblico ed alla sicurezza» che sarebbe rappresentata dalla presenza di campi nomadi nelle città e nelle regioni indicate. Il decreto basa questa valutazione su argomentazioni assai generiche e di fatto tautologiche, come la « presenza di numerosi cittadini extracomunitari irregolari e di nomadi, che si sono stabilmente insediati nelle aree urbane » , ciò che costituirebbe una situazione « estremamente critica »; la «situazione di grave allarme sociale, con possibili serie ripercusiioni in termine di ordine pubblico e sicurezza per le popolazioni locali », dovuta alle condizioni precarie degli insediamenti. Da cui si evince che: chi vive negli insediamenti non fa parte della « popolazione locale » e la precarietà degli insediamenti è di per sé una minaccia, non però per chi ci vive, ma per gli altri, i cittadini per bene.

Le misure previste dal decreto comprendono un censimento degli abitanti dei campi, con la raccolta e l’archivio di dati personali (anche fotografie e impronte digitali), il monitoraggio del campi autorizzati e lo sgombero degli insediamenti irregolari, con l’espulsione o l’allontanamento delle persone con status irregolare. Di fatto, come dice nel suo rapporto del settembre 2011 il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, « lo stato d’emergenza (…) ga determinato un terreno fertile per sgomberi dagli insediamenti in tutto il paese, spesso eseguiti con modalità che sono in divergenza con gli standard sui diritti umani ».

Gli sgomberi, infatti, avvengono per lo più senza preavviso, senza una consultazione previa con chi nei campi ci vive, senza che peraltro vengano predisposti altri campi o luoghi di abitazione adeguati alle sigenze della comunità sgomberata. Le esperienze di Milano e Roma sono da questo punto di vista esemplari. Il rapporto già citato di Amnesty International dice in fatto che gli sgomberi a Milano sono avvenuti senza che i residenti avessero ricevuto notifiche o documenti scritti, senza la presenza di funzionati del governo e loro rappresentanti, così come previsto dalla Carta sociale europea, spesso di notte e in condizioni climatiche avverse, senza che le autorità seguissero alcuna forma di procedimento amministrativo formale, così che i residenti non erano nemmeno informati circa la possibilità di ricorso. Naturalmente, senza un preavviso adeguato, le persone sgomberate perdevano tutti i beni personali che non potevano fisicamente trasportare e non avevano il tempo di prendere. Gli effetti non sono stati la scomparsa dei rom da Milano, bensì la loro dislocazione altrove, nonché l’estrema frammentazione delle presenze. Giusto a mo’ di esempio della retorica usata per giustificare gli sgomberi, consigliamo di guardare il blog dell’ex vicesindaco di Milano Riccardo De Corato, che della crociata contro i rom è stato uno dei massimi alfieri. Un post per tutti quello del 29 marzo 2011: « Gli interventi (…) sono scaturiti dalle segnalazioni dei cittadini. Che continuano a lamentare la presenza di questi soggetti che, una volta arrivati nei loro quartieri, commettono diversi abusi ed atti illeciti. Le operazioni sono, dunque, una risposta alla loro richiesta di decoro e tutela del territorio cittadino ».

Non diversa la situazione a Roma. Qui, il Piano nomadi comincia con lo sgombero del campo Casilino 900, cui segue un’escalation impressionante di sgomberi forzati, con grande presenza di polizia e la distruzione delle abitazioni e dei beni personali dei residenti. L’Associazione 21 luglio ha condotto una ricerca sulla situazione delle persone che abitavano nel cosiddetto 900 a due anni dallo sgombero. Prima di tutto, emerge come gli abitanti del campo (in tutto circa 618 persone) vi risiedessero da molto tempo, e fossero dunque stanziali. Nel campo avevano costruito baracche più o meno consistenti e soprattutto una comunità con intensi legami e dunque una storia. I bambini frequentavano le scuole del vicinato. La distruzione del Casilino 900 e la deportazione dei residenti in altri luoghi, nelle periferie estreme perlopiù senza collegamenti regolari pubblici con la città, ha distrutto non solo i beni materiali ma anche immateriali, come i legami tra le persone, la memoria condivisa, il senso di appartenenza collettivo. E ha violato il diritto all’istruzione dei bambini e delle  bambine, costretti ad andare a scuola con uno scuolabus che non riesce a rispettare gli orari scolastici, dovendo fare la spola tra scuole  diverse e lontanissime tra di dai luoghi di abitazione. I quali luoghi sono veri e propri ghetti: lontani dalla città, segregati, spesso costituiti da container sovraffollati, sottoposti a intensa sorveglianza, grazie anche , si fa per dire, all’abbondanza di « progetti sociali » e alla presenza costante dell’amministrazione locale attraverso i servizi sociali. « Il campo illustra in maniera esemplare cosa sia un ghetto: collocato ai margine della periferia urbana, assomma segregazione spaziale, abitativa, sociale, culturale, simbolica e giuridica » (p. 9). Perché, con ogni evidenza, la logica che presiede allo spostamento in nuovi insediamenti, quando le amministrazioni locali li prevedono, è quella di « proteggere simbolicamente il resto del territorio dal rischio della contaminazione » (p. 9).

« Nel luglio del 2009 all’avvio del Piano Nomadi si parlava di 80 insediamenti informali mentre secondo i dati ufficiali di Roma Capitale nel dicembre 2010 sono diventati 503 gli insediamenti abusivi » (p. 15). Dal 1° aprile 2011, gli sgomberi sono 3 o 4 al giorno: nei due mesi successivi ne vengono totalizzati 154. Il risultato, dunque, anche qui, non è la scomparsa dei rom e sinti dal territorio urbano, ma la frammentazione delle comunità e degli insediamenti. Insomma, si assiste ad una vera e propria profezia che si autoavvera, ossia alla cotruzione di queste comunità come « nomadi », non integrabili, assolutamente diverse da e incompatibili con « noi », stanziali e perbene.

Poi il Consiglio di Stato, con sentenza del 16 novembre 2011, dichiara illegittimo il decreto governativo del 2008, non rilevando alcuna emergenza riguardo ai « nomadi ».

Nel frattempo, dei rom ci si è serviti abbondantemente nelle campagne elettorali per la tornata amministrativa passata: a Milano, ad esempio, tra gli slogan più diffusi contro la candidatura di Pisapia a sindaco c’era appunto l’avvertimento che la sua vittoria avrebbe mutato Milano in una zingaropoli.

 Le crociate anti-rom non sono però prerogativa delle amministrazioni di destra, benchè queste si siano distinte per i toni esplicitamente razzisti. Basti ricordare, di nuovo, Veltroni e i rimeni pericolosi e criminali, e gli sgomberi che la sua giunta aveva messo in atto già prima del 2008. Nel 2005, viene sgomberato per esempio il famoso campo di Vicolo Savini, fatiscente e dichiarato a rischio igenico-sanitario dalla Asl. Certo, quello fu uno sgombero « concordato » con i rappresentanti della comunità di residenti, attraverso negoziazioni lunghe più di un anno. E tuttavia anche quella è stata una deportazione, giacchè i residenti sono stati smistati in luoghi molto lontani dalla città, praticamente irraggiungibili con i mezzi pubblici, e i legami che almeno una parte dei residenti aveva intrecciato con i vicini « italiani » sono stati irrimediabilmente spezzati. E come non ricordare le ruspe mandate dal sindaco di Bologna Sergio Cofferati nel 2005 a demolire le baracche sorte in riva al Reno? « IlRestoDelCarlino.it » del 16 ottobre 2007, sotto la dicitura « sicurezza », scrive che negli ultimi quattro mesi ci sono stati 122 « interventi per baraccopoli », oltre a 11 interventi contro i lavavetri e altrettanti contro le prostitute: « Sul quadro riepilogativo degli interventi, spicca il numero degli sgomberi, 122 in 120 giorni. In molti casi – ha spiegato Cofferati – si tratta di reinsediamenti in luoghi già sgomberati o di gente allontanata che ha cercato altre dimore di fortuna. É il caso degli alloggi della zona Roveri o sul lungo Reno, dove, demolite le baracche esistenti, altre ne sono spuntate poco dopo ». A Genova, 6 novembre 2007, « Repubblica.it » titola: Non rastrellamento ma pulizia. Pronto il blitz antirumeni, e aggiunge che il sindaco, Marta Vincenzi, ha firmato il provvedimento per ragioni di incolumità delle persone e igiene pubblica. E poi Napoli. 12 aprile 2011, « Internapoli.it »: sgomberati 400 rom a Giugliano; e Pisa, 18 agosto 2011, « LaNazione.it »: « Tonnellate di spazzatura rimosse ieri a Cisaniello dove pochi giorni fa è stato sgomberato un gruppo rom … Una pulizia che si è aggiunta ad altri due interventi di sgombero proprio in questi giorni ». E ancora Firenze, 6 dicembre 2001, « Altracittà.org »: « 35 persone sgomberate in via Baracca, tutti i beni sequestrati, distrutte due baracche ». Si potrebbe continuare per molte pagine, basta digitare « sgomberi rom » su Google. Si calcola che i costi di sgombero e re-insediamento siano molto alti, tali da essere equivalenti a una collocazione decente in residenze popolari in zone cittadine, per quanto non di pregio. Naturalmente, questo è uno dei problemi: gli insediamenti rom sono contigui a zone urbane spesso già disagiate, e il trasferimento degli abitanti in luoghi della città « non di pregio » riproporrebbe la questione, così come per i migranti, dell’ulteriore deprezzamento di questi luoghi stessi e magari il sovrapporsi di disagi e degrado. Ma, altrettanto naturalmente, la soluzione non può essere semplicemente la deportazione, in nome della « pulizia » e del decoro, nonché della « sicurezza » : una deportazione che, dal punto di vista delle amministrazioni locali, assomiglia al tentativo di nascondere lo sporco sotto il tappeto e, dal punto di vista di chi la subisce, è una gravissima violazione dei diritti fondamentali, una persecuzione senza fine, una politica razzista e potenzialmente omicida.

Tamar Pitch
Contro il decoro
L’uso politico della pubblica decenza

Anticorpi Laterza
Edizione digitale: gennaio 2013
ISBN 9788858106990

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Biografia

Tamar Pitch è professoressa ordinaria di filosofia e sociologia del diritto, presso la facoltà di Giurisprudenza di Perugia, ateneo dove ha istituito, come insegnamento a scelta, una materia innovativa che coniuga in tutte le sue articolazioni giuridiche il tema delle differenze di genere in rapporto alle istituzioni e alle varie fonti del diritto denominata (attualmente non più prevista come materia a scelta) Femminismo giuridico. Ha insegnato in svariate università italiane e straniere e collaborato a numerose riviste internazionali. La sua attività di ricerca ha riguardato i problemi relativi alla giustizia penale, al rapporto tra genere e diritto, al controllo sociale, alla questione criminale, ai diritti umani. Si è occupata in particolare del rapporto fra titolarità e uso dei diritti da parte delle donne e delle cosiddette minoranze etniche. È stata condirettrice di “Studi sulla questione criminale” ed è considerata una figura di riferimento del femminismo Italiano.

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